Nel luglio 1995, in soli otto giorni, oltre 8.000 persone vennero massacrate a Srebrenica, enclave musulmana della Bosnia-Erzegovina, sotto la supervisione inerte dei Caschi Blu dell’ONU. Il mondo rimase a guardare mentre Ratko Mladić, comandante dell’esercito serbo-bosniaco, ordinava l’esecuzione sistematica di uomini, bambini e anziani bosniaci musulmani. Le donne vennero stuprate, mutilate e poi uccise. Il generale, arrestato solo nel 2011 e condannato all’ergastolo, è oggi gravemente malato. Il figlio, Darko Mladić, chiede che venga rilasciato per vivere gli ultimi giorni in famiglia. Una richiesta che risuona come una beffa, proprio nel trentennale di una delle pagine più oscure della storia europea recente.

Le immagini di Ratko Mladić che accarezza i bambini prima di condannarli a morte sono diventate il simbolo dell’orrore. Suo figlio oggi lo definisce un “pover’uomo”, dimenticando le migliaia di vite spezzate, i corpi fatti a pezzi e nascosti in fosse comuni per impedire ogni ricordo, ogni sepoltura, ogni giustizia. Alcuni familiari hanno ritrovato solo frammenti dei loro cari: una mascella, un osso, un indumento. Eppure, a trent’anni di distanza, ci sono ancora oltre 1.500 vittime senza identità e un numero imprecisato di dispersi.

Il dolore di Srebrenica non è solo nei numeri, ma nell’omertà e nella negazione. Nella Republika Srpska, parte della Bosnia-Erzegovina a maggioranza serba, il massacro viene ancora negato. Il presidente Milorad Dodik, definito il “piccolo Putin” dei Balcani, ha recentemente organizzato una contro-commemorazione a Bratunac per ricordare 3.300 serbi uccisi dai bosniaci, evitando accuratamente di menzionare Srebrenica. Alla cerimonia era presente anche Porfirije, patriarca della Chiesa ortodossa serba, in un atto che ha profondamente ferito le famiglie delle vittime del genocidio.

L’ONU ha riconosciuto solo l’anno scorso l’11 luglio come Giornata Internazionale del Genocidio di Srebrenica, sancendo finalmente l’importanza di non dimenticare. Il termine genocidio non è solo una definizione legale, ma un marchio di infamia che molti rifiutano. Anche oggi, alcuni leader e opinione pubblica in Serbia contestano che si possa parlare di sterminio pianificato, preferendo il più generico “crimine di guerra”.

Eppure, le ammissioni esistono. Il generale Radislav Krstić, anche lui condannato per il ruolo nel massacro, ha dichiarato che i vertici dell’esercito serbo-bosniaco avevano effettivamente programmato l’eliminazione dei musulmani di Srebrenica. Un’ammissione che non basta a cancellare decenni di reticenze e revisionismi, né a guarire il dolore delle vittime e dei sopravvissuti.

Il decimo anniversario della strage passò quasi inosservato, oscurato dalla guerra al terrorismo globale. Il ventesimo finì in proteste violente. Oggi, al trentesimo, si alzano nuove voci che invocano perdono e giustificazioni. Alcuni soldati dell’ONU, come Raymond Braat, si battono per raccontare la propria verità. All’epoca ventenne, Braat ha dichiarato di aver vissuto il senso di colpa come un’ombra costante: “Guardando un film sui nazisti, dissi a mia moglie: ‘Ecco, quello ero io’”. Oggi recita in teatro accanto ad Alma, un’orfana di Srebrenica, nel tentativo disperato di dare voce a un pentimento che non cancella la complicità.

Il generale francese Philippe Morillon, comandante del contingente ONU durante il massacro, fu cacciato dal memoriale di Srebrenica dalle madri delle vittime. “Dio non ti perdonerà mai”, gli gridarono, rinfacciandogli la resa dei Caschi Blu e l’abbandono degli innocenti. La comunità internazionale ha voltato le spalle a Srebrenica, e oggi sembra farlo ancora, lasciando che i negazionisti e i revisionisti dettino la narrazione.

Srebrenica non è solo una tragedia del passato. È un monito attuale. Come l’11 settembre, il 24 febbraio dell’invasione russa in Ucraina o il 7 ottobre degli attacchi ad Israele, anche l’11 luglio deve rimanere inciso nella memoria collettiva. Perché dimenticare significa permettere che accada ancora.

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